Tra liberty, gotico e moresco: il fascino di Palazzo Fizzarotti di Bari

Dimentica tutto ciò che sai sull’architettura: qui gli stili si abbracciano senza chiedere il permesso. Palazzo Fizzarotti è la prova che la bellezza non ha regole, solo audacia.

C’è una cosa che capita a chiunque cammini lungo Corso Vittorio Emanuele II per la prima volta: a un certo punto ti fermi, alzi lo sguardo, e ti chiedi se per sbaglio non ti sia teletrasportato a Venezia. O forse a Granada. O magari in qualche città che non esiste ma che assomiglia a tutte e tre messe insieme. Quello che hai davanti è Palazzo Fizzarotti, e onestamente non assomiglia a nient’altro a Bari — e probabilmente a nient’altro nel raggio di parecchi chilometri.

L’edificio è il sogno realizzato di un uomo solo: Emanuele Fizzarotti, banchiere di successo, mecenate, e — come si capisce guardando la sua casa — persona dalle idee piuttosto chiare. Quando alla fine dell’Ottocento decise di costruirsi un palazzo all’angolo di Piazza Garibaldi, evidentemente non aveva voglia di accontentarsi di una facciata sobria. Affidò il progetto all’architetto romano Ettore Bernich, e il risultato fu un edificio in stile eclettico che mescola gotico veneziano, motivi moreschi, romanico pugliese e un tocco di Art Nouveau, il tutto tenuto insieme da una quantità di dettagli decorativi che sfiora l’eccesso — e probabilmente lo supera, ma in modo magnifico.

La cosa più curiosa di Palazzo Fizzarotti, però, non si vede a prima vista. Tra le decorazioni si nascondono simboli massonici ed esoterici, intrecciati ai motivi più classici con discrezione studiata. Non è chiaro fino a che punto fossero un linguaggio in codice del committente e fino a che punto un vezzo dell’epoca, ma il risultato è che camminare davanti a questo edificio è un po’ come sfogliare un libro che non si lascia leggere fino in fondo. E forse è proprio per questo che, dopo tanti decenni, Palazzo Fizzarotti continua a essere uno degli edifici più affascinanti — e più sottovalutati — della città.

Storia di Palazzo Fizzarotti di Bari

Per capire come si arrivi a costruire un edificio che mescola Venezia, Granada e la Puglia in un unico isolato, bisogna prima capire chi era Emanuele Fizzarotti. E qui la storia diventa interessante, perché Fizzarotti è uno di quei personaggi che sembrano usciti dritti da un romanzo di formazione ottocentesco — il tipo di uomo che parte con poco, accumula molto, e a un certo punto decide che il modo migliore per dirlo al mondo è costruirsi una casa che nessuno possa ignorare.

Nato a Bari nella prima metà dell’Ottocento, Fizzarotti fa fortuna nel settore bancario in un’epoca in cui la città stava vivendo la sua trasformazione più radicale. La Bari dell’Ottocento non era ancora la metropoli di oggi: il nuovo quartiere voluto da Gioacchino Murat — quello che oggi chiamiamo semplicemente “il Murat” — stava nascendo proprio in quegli anni, con il suo reticolo perpendicolare di strade e i suoi palazzi borghesi in costruzione. La città stava cambiando pelle, e gli uomini come Fizzarotti erano contemporaneamente protagonisti e beneficiari di quella trasformazione. Fonda una banca che porta il suo nome, accumula una fortuna considerevole, e a un certo punto fa quello che fanno tutti gli uomini di successo dell’epoca: decide di lasciare un segno.

I lavori per il palazzo cominciano intorno al 1860, e qui inizia la parte più curiosa della storia. Perché Fizzarotti non si accontenta di un palazzo nobiliare standard, con la sua bella facciata neoclassica e i suoi piani regolari. Vuole qualcosa di diverso, qualcosa che parli di lui. Chiama allora l’architetto romano Ettore Bernich, una figura non particolarmente celebre ma con il giusto piglio eclettico, e gli affida un progetto che oggi definiremmo ambizioso — all’epoca probabilmente lo chiamavano in modi meno gentili. Il risultato è un edificio che attinge senza pudore a mezza Europa: archi gotici come quelli del Palazzo Ducale di Venezia, decorazioni moresche che ricordano l’Alhambra, citazioni del romanico pugliese, dettagli liberty.

La costruzione si protrae per decenni. La facciata definitiva, quella che vediamo oggi, viene completata solo nel 1907 dall’architetto Augusto Corradini, che riprende il lavoro lasciato da Bernich e lo porta a compimento con la stessa filosofia decorativa esuberante. Quasi mezzo secolo di lavori per un solo palazzo — un’eternità per gli standard moderni, ma del tutto normale per le grandi opere ottocentesche, soprattutto quando il committente cambia idea, aggiunge dettagli, vuole questo e poi anche quello.

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Nel frattempo, dentro le mura del palazzo succedevano cose interessanti. La famiglia Fizzarotti riceveva, organizzava, ospitava personalità di spicco della Bari del tempo. Durante la Seconda Guerra Mondiale l’edificio fu requisito e divenne sede del quartier generale dei tedeschi — un capitolo poco celebrato della sua storia ma che lascia intuire quanto questo palazzo fosse considerato strategicamente e simbolicamente importante. Dopo la morte del banchiere, l’edificio passò di mano in mano, attraversò periodi di abbandono e periodi di rinascita, finché non venne recuperato per quello che è oggi: una casa-museo gestita dalla Fondazione Fizzarotti, che organizza visite guidate e ne preserva la memoria.

Cosa vedere a Palazzo Fizzarotti

Diciamolo subito: descrivere la facciata di Palazzo Fizzarotti a parole è un po’ come provare a riassumere una sinfonia di Mahler con un fischiettio. Si può fare, ma ci si perde per strada la maggior parte delle cose interessanti. L’edificio è quello che gli storici dell’arte chiamano, con un misto di ammirazione e leggero imbarazzo, stile eclettico — termine elegante per dire “abbiamo preso tutto quello che ci piaceva da mezza Europa e lo abbiamo messo insieme”. Nel caso specifico, la lista degli ingredienti comprende gotico veneziano, decorazioni moresche, romanico pugliese, e una spolverata di Art Nouveau per dare il tocco finale. Funziona? Sorprendentemente sì, e in un modo che continua a stupire più di un secolo dopo.

La prima cosa che colpisce, alzando lo sguardo, è l’evidente debito con la Venezia trecentesca. Le finestre del piano nobile sono polifore con archi inflessi, identiche per impostazione a quelle del Palazzo Ducale, complete di colonnine ritorte e capitelli scolpiti. Per un attimo ti chiedi se Bernich non abbia preso un disegno tecnico del Ducale e lo abbia ricopiato pari pari — la verità è che probabilmente ha fatto qualcosa di molto simile, ma all’epoca questo non era considerato un problema, anzi. Citare i grandi modelli del passato era un segno di cultura, non di mancanza di idee. Il punto era trasformare l’omaggio in qualcosa di nuovo, e Fizzarotti — perché alla fine il committente comandava — voleva esattamente questo.

Sotto le finestre veneziane comincia il festival dei dettagli. Ci sono rosoni, fregi vegetali, mascheroni, putti, leoni stilizzati, scudi araldici, motivi geometrici che richiamano l’arte islamica andalusa, e una quantità di piccole sculture che a un certo punto smetti di contare. Le balaustre dei balconi sono lavorate come merletti, le cornici delle finestre cambiano forma da un piano all’altro, e ogni superficie che poteva ospitare una decorazione l’ha ricevuta puntualmente. È un’architettura horror vacui, quella terribile paura del vuoto che gli artisti dell’epoca trasformavano in pretesto per riempire ogni centimetro quadrato disponibile.

E poi ci sono i simboli. Qui la storia si fa intrigante, perché tra le decorazioni convenzionali — fiori, animali, motivi geometrici — si nascondono emblemi massonici ed esoterici che il banchiere volle inserire deliberatamente. Ci sono squadre e compassi camuffati da motivi ornamentali, simboli alchemici, riferimenti a tradizioni iniziatiche che all’epoca erano nell’aria, soprattutto negli ambienti borghesi liberali a cui Fizzarotti apparteneva. Nessuno sa con esattezza fino a che punto si trattasse di un vero linguaggio in codice e fino a che punto di un gusto colto per il mistero — ma il risultato è che camminare davanti al palazzo con gli occhi aperti diventa una piccola caccia al tesoro. Trovare i simboli è già divertente; chiedersi cosa volessero dire lo è ancora di più.

L’interno, se hai la fortuna di entrarci durante una visita guidata, è all’altezza dell’esterno — il che è un sollievo, perché spesso questi edifici dalla facciata spettacolare si rivelano dentro più sobri di quanto promettano. Non è il caso di Palazzo Fizzarotti. Il Salone Trionfale ha soffitti affrescati con grande generosità decorativa, opera di Cesare Piccarreta, pittore barese che doveva essere molto richiesto da quelle parti. Il Salone Rosa è esattamente quello che ti aspetti dal nome: stucchi dorati, motivi floreali, l’atmosfera ovattata di una stanza pensata per ricevere ospiti importanti senza farli sentire troppo a casa loro. Il Salone del Camino, infine, ospita un camino in marmo con un fascino tutto suo — uno di quei dettagli che a guardarli bene rivelano una mano d’opera che oggi non si trova più, semplicemente perché non c’è più nessuno capace di farla.

L’effetto complessivo, dentro e fuori, è quello di un edificio che non vuole farsi capire al primo sguardo. Palazzo Fizzarotti ti chiede tempo, attenzione, e — perché no — un minimo di curiosità a cercare cosa si nasconde dietro la decorazione. È un edificio costruito in un’epoca in cui gli uomini ricchi credevano ancora che valesse la pena lasciare al mondo qualcosa di troppo, anziché di calcolato. Si vede, si sente, e per chi sa guardare è una piccola fortuna che esista ancora qualcosa del genere proprio qui, all’angolo di una piazza che la maggior parte dei baresi attraversa di corsa.

Quando visitare il Palazzo Fizzarotti in Corso Vittorio Emanuele II

Palazzo Fizzarotti non è uno di quei posti in cui ti presenti la domenica mattina con un biglietto in tasca. È una casa-museo privata gestita dalla Fondazione Fizzarotti, e si visita su prenotazione, in piccoli gruppi accompagnati da una guida. Un piccolo sforzo organizzativo che, una volta dentro, ti spieghi da solo.

La visita dura circa un’ora e attraversa i saloni principali — Trionfale, Rosa, del Camino — con tutti gli aneddoti e i piccoli misteri che ogni stanza si porta dietro. Le guide della Fondazione conoscono l’edificio nei minimi dettagli e lo raccontano con una passione che, in un’epoca di visite museali standardizzate, è già di per sé una rarità.

Per prezzi e prenotazioni conviene rivolgersi direttamente alla Fondazione qualche giorno prima della data che hai in mente. È anche possibile organizzare visite di gruppo o per occasioni speciali — un’opzione che vale la pena considerare se sei con amici o stai pianificando qualcosa di diverso dal solito giro turistico.

Un consiglio: arriva qualche minuto prima e fai una passeggiata intorno all’edificio. Guardare la facciata e poi varcare la porta è un’esperienza ben diversa rispetto a entrare di fretta — i dettagli esterni si ritrovano, ribaltati, dentro. È uno di quei piccoli gesti che trasformano una visita in qualcosa che ti porti via davvero.

Come raggiungere Palazzo Fizzarotti dalla Stazione Centrale di Bari

Palazzo Fizzarotti si trova in Corso Vittorio Emanuele II, 193, all’angolo con Piazza Garibaldi. Posizione centralissima, nel cuore del Murat, raggiungibile a piedi da praticamente ovunque nel centro di Bari.

Dalla stazione centrale sono circa 15 minuti a piedi, ed è la soluzione che ti consiglio: imbocca Via Sparano, prosegui fino a incrociare Corso Vittorio Emanuele II, gira a sinistra e cammina dritto. Il palazzo compare sulla destra all’altezza del civico 193 — e te ne accorgi senza bisogno che nessuno te lo indichi, perché un edificio così non si fa confondere con i suoi vicini.

In auto vale la solita regola dei centri storici: meglio non avvicinarsi. La zona è trafficata e il parcheggio nelle vie limitrofe è quasi sempre un’impresa. Conviene lasciare l’auto in uno dei parcheggi a pagamento del Murat — quelli intorno a Piazza Garibaldi o sul Lungomare Vittorio Veneto funzionano bene — e fare gli ultimi minuti a piedi.

In autobus la fermata più vicina è in Corso Vittorio Emanuele II, servita da diverse linee cittadine. Dall’aeroporto di Bari Palese la soluzione migliore è il treno fino a Bari Centrale e da lì la breve camminata lungo Via Sparano.

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Palazzo Fizzarotti facciata completa, spettacolare architettura gotico-veneziana di Bari con eleganti arcate, logge decorate e balconcini ornamentali in stile medievale. Straordinario esempio di eclettismo architettonico pugliese che unisce influenze veneziane e decorazioni policrome nel centro storico di Bari. Capolavoro dell'architettura ottocentesca che rende Bari Puglia una destinazione unica per turismo culturale e scoperta di palazzi storici dall'inconfondibile stile architettonico europeo.
INDIRIZZO

Corso Vittorio Emanuele II, 193, 70122 Bari (Google Maps)

ORARI DI APERTURA

Gio. 11:00 – 12:30
Sab. 17:30 – 20:30

FERMATA BUS PIU VICINA

Bus 01, fermata “Garibaldi – V. Emanuele)

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