Palazzo della prefettura di Bari: il convento che divenne il cuore del potere locale

Esiste, nel cuore di Bari, un edificio che ha cambiato nome quattro volte e funzione altrettante, e che malgrado questo continua a essere riconoscibile a colpo d’occhio da chiunque attraversi Corso Vittorio Emanuele II. È il Palazzo della Prefettura — o Palazzo del Governo, se vogliamo usare il nome ufficiale che campeggia sulla targa, ma a Bari nessuno lo chiama così perché sarebbe come dare il nome anagrafico completo a un amico che frequenti da una vita. La sua facciata rosso pompeiano (un colore che gli storici dell’arte chiamano così perché “rosso mattone” suonava poco) domina piazza della Libertà con quell’aria un po’ altezzosa di chi nei suoi tre secoli e passa di vita ha visto cadere regni, repubbliche, dinastie, e ha ormai sviluppato un certo distacco verso le faccende umane.

La cosa più sorprendente è che questo edificio era nato per tutt’altro. Nel 1704, mentre in Europa si combatteva la guerra di successione spagnola, un gruppo di frati domenicani decise di costruirsi un convento accanto alla propria chiesa, in una zona che all’epoca era poco più che periferia urbana. Non avevano la minima idea che quel modesto edificio religioso, nei secoli successivi, sarebbe diventato la sede del potere governativo della città — con i francesi di Murat che nel 1810 lo espropriarono e lo trasformarono in Palazzo dell’Intendenza, gli architetti dell’Ottocento (Giuseppe Gimma di Polignano a Mare in testa) che lo ridisegnarono in stile neoclassico per quasi trent’anni, e poi i Savoia, i prefetti, perfino qualche ricevimento reale tra le sue sale. Quattro nomi, quattro epoche, un solo indirizzo: una specie di biografia urbana scritta in pietra.

E sopra a tutto questo, sul cornicione, c’è ancora il torrione dell’orologio, uno degli otto orologi da torre rimasti a Bari e l’unico ancora regolato a mano. È un dettaglio che a guardarlo bene ha qualcosa di toccante: in un’epoca in cui tutti hanno l’ora atomica sul polso, esiste ancora qualcuno il cui mestiere prevede di salire su quella torre periodicamente e assicurarsi che le lancette siano al posto giusto. Il palazzo, dal canto suo, lascia fare. Ha già visto cadere tre regni e due repubbliche — può permettersi di prendersela con calma, e di affidare il proprio tempo alle mani di qualcuno che sale le scale ogni tanto a controllare. È una di quelle cose, a Bari, che continuano a funzionare per ragioni che nessuno saprebbe spiegare bene, e che proprio per questo meritano un minuto di sguardo prima di proseguire verso una focaccia.

Storia del Palazzo della Prefettura di Bari

palazzo del governo di bari

La storia del Palazzo della Prefettura comincia, paradossalmente, in un altro edificio. Siamo nel 1286, e a Bari arrivano i frati Domenicani, che si insediano nella chiesa di San Leonardo — un’area appena fuori dalle mura cittadine, frequentata da quelli che le cronache dell’epoca chiamavano “scherani e soldataglia”, e che noi tradurremmo con “gente con cui non vorresti incrociarti dopo il tramonto”. I frati, pragmatici, trattarono uno scambio con la più riparata chiesa dei Santi Simone e Giuda, dentro le mura. Lo scambio fu approvato, la chiesa ridedicata a San Domenico, e tutto sembrò sistemato. Poi, nel 1704, qualcuno si rese conto che mancava un convento vero e proprio accanto alla chiesa, e si decise di costruirne uno. Era un edificio modesto, schiacciato contro le mura, accessibile da un vicolo laterale che oggi si chiama, con una certa ironia, “strada palazzo dell’Intendenza”.

Per un secolo il convento fece quello che fanno i conventi. Poi, nel 1806, la Storia con la S maiuscola passò a trovare anche Bari. Napoleone aveva cacciato i Borbone dal Regno di Napoli, e suo fratello Giuseppe Bonaparte aveva trasferito il capoluogo di provincia da Trani a Bari — citando, pare, la “vivacità economica” della città. Come la presero a Trani non è documentato, ma immagino non benissimo. Pochi anni dopo arrivò Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, che con un decreto del 10 ottobre 1810 abolì l’ordine dei Domenicani e regalò l’ex convento al Comune di Bari. A quel punto agli amministratori capitò una di quelle fortune che assomigliano a coincidenze: si ritrovarono proprietari di un grosso edificio religioso proprio mentre cercavano disperatamente una sede per l’Intendente. La soluzione si presentò da sola.

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Panoramica del palazzo della prefettura di Bari

A curarne la trasformazione fu chiamato Giuseppe Gimma, architetto di Polignano a Mare che aveva già firmato il piano regolatore del nuovo borgo murattiano. Era il 1815. I lavori durarono quattordici anni, fino alla morte di Gimma nel 1829; l’assistente Vincenzo Capirri li completò nel 1846. Trentun anni per convertire un convento in palazzo — oggi ci lamentiamo se i lavori in autostrada durano sei mesi. Nel frattempo, tutto intorno, Bari stava cambiando pelle: il 25 aprile 1813 Murat aveva firmato il decreto per la costruzione del “borgo nuovo”, e quando le mura medievali furono abbattute, l’ex convento si ritrovò improvvisamente affacciato sul nuovo corso principale. Era come se un attore di teatro di provincia si fosse svegliato una mattina sul palcoscenico della Scala — stesso attore, stesso copione, contesto completamente diverso.

Da lì in avanti, il palazzo è semplicemente rimasto al suo posto mentre la Storia gli scorreva intorno. Nel gennaio 1859 vi soggiornò Ferdinando II di Borbone, arrivato per il matrimonio del figlio Francesco con Maria Sofia di Baviera — l’ultimo grande evento borbonico prima che l’anno successivo Garibaldi entrasse a Napoli, il Regno delle Due Sicilie cessasse di esistere, e il Palazzo dell’Intendenza fosse ribattezzato Prefettura. Nel 1905 ci furono le dodici ore memorabili di Vittorio Emanuele III e della regina Elena, venuti a inaugurare la statua di Umberto I. Poi il fascismo, la guerra, la Repubblica, e tutti i cambi di amministrazione che ne sono seguiti. Frati, intendenti borbonici, prefetti sabaudi, gerarchi fascisti, funzionari repubblicani: ciascuno ha lasciato qualcosa — una lapide, una decorazione, a volte solo un ricordo. È questo il segreto della longevità di certi edifici: non avere mai un’identità così rigida da non poterla cambiare.

Cosa vedere al Palazzo della Prefettura

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Statua di Niccolò Piccinni

La prima cosa da vedere del Palazzo della Prefettura è la sua facciata, e sì, lo so, è la stessa cosa che si dice di qualsiasi palazzo storico — ma in questo caso vale davvero la pena fermarsi. Il colore è quello che gli storici dell’arte chiamano “rosso pompeiano” (perché “color mattone” suonava poco), scandito da finestre timpanate, fasce verticali e un cornicione aggettante che sorregge il famoso torrione dell’orologio. È uno degli otto orologi da torre rimasti a Bari, e l’unico ancora regolato a mano. Mentre lo guardi, alza un attimo lo sguardo e cerca le lapidi: ce n’è una per Benedetto Petrone, una per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, una ai caduti della Grande Guerra. E poi ce n’è una completamente illeggibile, abrasa con cura certosina. Era dedicata a Francesco Crispi, e venne cancellata in uno di quei ripensamenti storici molto italiani in cui si decide che qualcuno non merita più la sua targa ma rimuoverla del tutto sarebbe un lavoro — quindi si compromette, e la si rende solo illeggibile. È un piccolo capolavoro di diplomazia con lo scalpello.

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Ingresso del Palazzo del Governo di Bari

Se hai la fortuna di entrarci — il palazzo è sede istituzionale attiva e non è sempre visitabile, ma le Giornate FAI lo includono di tanto in tanto nei loro percorsi — la prima cosa che incontri è un cortile interno oggi adibito a parcheggio: progettato per carrozze e cavalli, finito a ospitare Fiat Panda, com’è destino di tutti i cortili storici italiani. Da lì sale una scalinata monumentale in marmo bianco, sorvegliata da due leoni scolpiti che sembrano più assonnati che minacciosi. Ai piani superiori trovi tre fontanelle conventuali sopravvissute miracolosamente a tre secoli di ristrutturazioni — la più bella è al secondo piano, con un’iscrizione latina che dice “Lex Servenda: aut bibas aut abeas”, ovvero “la legge va rispettata: o accetti o te ne vai”. Per una fontanella in un palazzo governativo, è un motto sorprendentemente sincero. Poi c’è la Sala degli Stemmi (con gli stemmi di tutti i comuni della provincia), la Sala delle Arti e dei Mestieri (decorazioni di Mario Prayer degli anni Trenta), e il Salone delle Feste al piano nobile, dove da quasi due secoli si tengono ricevimenti, cerimonie ufficiali, e tutti quegli eventi in cui si è costretti a indossare l’abito buono e fare finta di apprezzare il buffet.

E poi c’è la parte che sembra inventata ma non lo è. In un corridoio stretto del palazzo si aprono due porticine: dietro a una di esse c’è un balconcino con grata che si affaccia direttamente sulla navata della Chiesa di San Domenico, ricostruita in stile tardo barocco nel 1794 e annessa al palazzo sul retro. Da lì, per secoli, nobili e personaggi illustri hanno assistito alle messe senza mescolarsi al popolo — un piccolo lusso aristocratico tipico dell’epoca. Lo stesso balconcino fu usato anche da Aldo Moro, che alla Prefettura aveva uno studio quando veniva a Bari per insegnare all’Università. Chissà se ogni tanto si affacciava a sbirciare la messa di sotto. La chiesa stessa, vista da fuori, sembra anonima — una di quelle che passeresti senza notarle — ma dentro è un’esplosione di ori, stucchi e marmi che contrastano brutalmente con la semplicità dell’esterno, come il salotto buono di qualcuno che tiene la facciata modesta per non dare nell’occhio. Sull’altare maggiore domina la “Gloria di San Domenico” di Antonio Lanave (1921), e nel transetto sinistro un crocifisso ligneo di scuola veneziana ti ricorda che alcune cose, a Bari, vengono da molto più lontano di quanto sembrino.

Quando visitare il Palazzo della Prefettura di Bari

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Alba sul Palazzo della Prefettura – Angy.r_ / Instagram

Il Palazzo della Prefettura è uno di quei posti che si lasciano guardare in qualsiasi momento dell’anno — la facciata non chiude mai, non chiede biglietti, e domina piazza della Libertà ventiquattro ore su ventiquattro come ha sempre fatto. Le ore migliori sono la mattina presto e il tardo pomeriggio, quando la luce radente accende il rosso pompeiano della facciata e fa risaltare i dettagli che la luce zenitale di mezzogiorno tende ad appiattire. Primavera e autunno restano le stagioni ideali per goderselo con calma — clima gentile, piazza viva ma non travolta dal turismo estivo. In estate vale la pena evitare le ore centrali della giornata, perché su Corso Vittorio Emanuele il sole picchia senza pietà e l’unica ombra ragionevole è quella dei portici dei bar di fronte (il che, a pensarci bene, non è poi una pessima soluzione).

Il momento davvero magico, però, è la domenica mattina presto. La piazza è quasi deserta, le campane di San Domenico suonano dietro l’edificio, e la luce dorata si arrampica lungo la facciata con una calma che durante la settimana è impossibile. Se poi trovi un bar aperto per un caffè — non scontato, a Bari, prima delle dieci di domenica — la giornata è praticamente fatta. Per vedere gli interni, invece, è tutta un’altra storia: essendo il palazzo una sede istituzionale attiva, le aperture al pubblico sono rare e legate principalmente alle Giornate FAI di Primavera e d’Autunno. Tieni d’occhio il calendario annuale del FAI — è il modo praticamente unico per vedere la scalinata coi leoni assonnati, le fontanelle conventuali e il balconcino con grata sulla chiesa.

Come raggiungere il Palazzo della Prefettura dalla Stazione Centrale di Bari

Il Palazzo della Prefettura ha il pregio enorme di trovarsi in piazza della Libertà, su Corso Vittorio Emanuele II, ovvero esattamente lì dove a Bari finisce il quartiere murattiano e comincia la città vecchia. È una di quelle posizioni che semplificano la vita a chiunque arrivi in città — se ti perdi, vuol dire che ce l’hai messa tutta.

A piedi dalla Stazione Centrale sono circa venti minuti di passeggiata, ed è la soluzione che ti consiglio caldamente. Imbocchi Via Sparano, la grande pedonale dello shopping che parte proprio di fronte alla stazione, e cammini dritto. Attraversi il cuore del Murat, ti fermi davanti alle vetrine se ne hai voglia (è impossibile non farlo, almeno una volta), oltrepassi il Palazzo Mincuzzi, e ti ritrovi su Corso Vittorio Emanuele II all’altezza del Teatro Piccinni. A quel punto sei arrivato: il Palazzo della Prefettura ti sta esattamente di fronte, con la sua aria un po’ altezzosa di chi sa di essere il più importante dei vicini.

In autobus diverse linee cittadine fermano nelle vicinanze, alle fermate Teatro Piccinni o Prefettura — il nome stesso della fermata dovrebbe togliere ogni dubbio. È la soluzione comoda se vieni da quartieri più lontani o se le venti minuti di passeggiata ti sembrano un’esagerazione. In auto, invece, vale la solita regola dei centri storici: meglio non avvicinarsi. La zona è caotica, parcheggiare nelle vie del Murat è un’impresa nei giorni feriali e una pia illusione nei weekend, e le ZTL sono diventate sempre più stringenti. Conviene lasciare la macchina in uno dei parcheggi a pagamento del quartiere — quelli intorno a Piazza Garibaldi o sul Lungomare Vittorio Veneto funzionano bene — e fare gli ultimi minuti a piedi. Dall’aeroporto di Bari Palese, infine, la soluzione migliore è il treno fino a Bari Centrale e da lì la passeggiata su Via Sparano: in tutto, dall’atterraggio al palazzo, ci si mette poco più di un’ora.

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8.8
700 m dal centro
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9.0
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9.2
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8.6
300 m dal centro
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8.6
Centro
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INDIRIZZO

Piazza Libertà, 1, 70122 Bari (Google Maps)

ORARI DI APERTURA

Lun. 09:00 – 12:00
Mar. 14:30 – 16:00
Gio. 14:30 – 16:00
Ven. 09:00 – 12:00

FERMATA BUS PIU VICINA

Bus 02/, fermata “Palazzo Economia”

Ingresso gratuito

È possibile visitare il Palazzo della Prefettura di Bari durante le giornate Fai.

Cosa vedere nelle vicinanze del Palazzo della Prefettura

Tour ed escursioni

2.5 Ore

5

(462)

7.5 – 10 Ore

4.6

(504)

2 Ore

4.8

(3389)

10 Ore

4.8

(2913)

ESCURSIONI DA BARI