Nel 1704, mentre in altre parti d’Europa si combatteva la guerra di successione spagnola e Isaac Newton veniva nominato cavaliere dalla regina Anna, un gruppo di frati domenicani a Bari aveva preoccupazioni decisamente più concrete: volevano costruire un convento accanto alla loro chiesa. Non avevano la minima idea, naturalmente, che quel modesto edificio sarebbe diventato la sede del potere governativo della città per i successivi tre secoli. Ma d’altra parte, chi può prevedere queste cose?
Oggi quel convento — che nel frattempo ha cambiato nome, proprietari, funzione e persino facciata — si chiama Palazzo della Prefettura, e se ti trovi a passeggiare lungo Corso Vittorio Emanuele II a Bari, non puoi non vederlo. La sua facciata bianco-rossa domina piazza della Libertà con l’aria un po’ altezzosa di chi ne ha viste tante e non si lascia più impressionare da niente. Di fronte, il Teatro Piccinni lo osserva con quella che sembra una cortese rivalità architettonica — due vecchi signori che si fronteggiano da quasi due secoli, ciascuno convinto di essere il più elegante.
Sul cornicione del palazzo, un orologio scandisce le ore con metodica pazienza. È uno degli otto orologi da torre rimasti a Bari, e l’unico ancora regolato a mano. Mi piace pensare che da qualche parte, in un ufficio polveroso, esista ancora qualcuno il cui compito principale nella vita sia salire lassù e assicurarsi che i baresi sappiano che ore sono. In un’epoca in cui abbiamo tutti uno smartphone in tasca, è un anacronismo delizioso.
Le origini domenicane del Palazzo del Governo di Bari

Ma facciamo un passo indietro — anzi, parecchi passi. Nel 1286, quando Dante aveva vent’anni e non aveva ancora scritto nemmeno una terzina della Divina Commedia, i padri Domenicani si erano insediati a Bari nella chiesa di San Leonardo, proprio dove oggi c’è piazza Massari. Il problema era che quella zona, appena fuori le mura cittadine, non era propriamente tranquilla. Scherani e soldataglia — che in italiano moderno tradurremmo con “delinquenti e militari ubriachi” — rendevano la vita monastica piuttosto avventurosa.
I Domenicani, gente pragmatica, trovarono una soluzione elegante: chiesero al decurionato cittadino di scambiare la loro chiesa pericolante e mal posizionata con quella dei Santi Simone e Giuda, un edificio del X secolo che aveva il vantaggio cruciale di trovarsi dentro le mura. Lo scambio fu approvato, i frati si trasferirono, e la nuova sede venne dedicata a San Domenico. Qualche secolo dopo, decisero che serviva anche un convento. Quello del 1704, per l’appunto.
La struttura crebbe lentamente, protetta alle spalle dalle mura cittadine e dal fossato che circondava il borgo antico. Al convento si accedeva dalla chiesa oppure da un vicolo laterale che oggi, con involontaria ironia storica, si chiama “strada palazzo dell’Intendenza”. È un po’ come se via del Vaticano si chiamasse “vicolo appartamento del Papa” — tecnicamente corretto, ma sfugge il punto.
Arrivano i francesi (e cambiano tutto)

Il 1806 segna uno di quei momenti in cui la Storia, con la S maiuscola, decide di passare a trovare anche Bari. Napoleone aveva appena cacciato i Borbone dal Regno di Napoli e messo sul trono suo fratello Giuseppe Bonaparte. Una delle prime decisioni del nuovo sovrano fu trasferire il capoluogo di provincia da Trani a Bari — a quanto pare i francesi erano convinti che Bari avesse più “vivacità economica e dinamismo sociale”. Chissà come la presero a Trani.
Giuseppe Bonaparte durò poco — fu spedito in Spagna a fare il re là — e nel 1808 arrivò a Napoli Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, un tipo che non stava mai fermo. L’anno dopo abolì l’ordine dei Domenicani e con un decreto del 10 ottobre 1810 regalò l’ex convento al Comune di Bari.
Ora, mettiti nei panni degli amministratori baresi dell’epoca. Ti ritrovi improvvisamente proprietario di un grosso edificio religioso proprio mentre hai disperatamente bisogno di una sede per l’Intendente, il rappresentante del governo centrale. È uno di quei casi in cui la soluzione si presenta da sola. L’ex convento sarebbe diventato palazzo governativo.
La nascita del borgo murattiano

Per capire cosa successe dopo, devi immaginare com’era Bari all’epoca. La città era ancora racchiusa nelle sue mura medievali — un grumo di vicoli stretti e case addossate su una punta di terra protesa nel mare. Fuori dalle mura, campagna. Il 25 aprile 1813, Gioacchino Murat firmò il decreto per la costruzione del “borgo nuovo”, quella griglia di strade ortogonali che oggi chiamiamo quartiere murattiano e che costituisce il centro moderno della città.
Le mura vennero abbattute, il fossato colmato, e l’ex convento dei Domenicani si ritrovò d’un tratto non più ai margini della città, nascosto dietro le fortificazioni, ma in prima fila sul nuovo corso principale. Era come se un attore di teatro di provincia si fosse svegliato una mattina sul palcoscenico della Scala, con il pubblico già seduto e le luci accese.
L’architetto Giuseppe Gimma — un talento di Polignano a Mare che aveva già disegnato il piano regolatore del nuovo borgo — ricevette l’incarico di trasformare l’ex convento in Palazzo dell’Intendenza. Era il 1815, e i lavori durarono quattordici anni, fino alla morte di Gimma nel 1829. Il suo assistente Vincenzo Capirri completò l’opera nel 1846. Trent’anni per convertire un convento in palazzo governativo. Oggi ci lamentiamo se i lavori in autostrada durano sei mesi.
La facciata racconta storie

Oggi il Palazzo del Governo — questo il nome ufficiale, come ricorda una targa sulla facciata — si presenta con un’imponenza neoclassica che non tradisce le sue origini conventuali. La facciata in “rosso pompeiano” (che suona molto più elegante di “color mattone”) è scandita da finestre timpanate, fasce verticali e un cornicione aggettante che sorregge il famoso torrione dell’orologio.
Se osservi con attenzione, noterai diverse lapidi che raccontano frammenti di storia locale e nazionale: una per Benedetto Petrone, una per il cinquantenario dell’Unità d’Italia (1911), una ai caduti della Grande Guerra. Ce n’è anche una completamente illeggibile, abrasa con cura certosina. Era dedicata a Francesco Crispi e venne cancellata in uno di quei ripensamenti storici che periodicamente attraversano la nostra penisola. Qualcuno, evidentemente, decise che Crispi non meritava più una lapide. Ma siccome rimuoverla del tutto sarebbe stato un lavoro, si limitarono a renderla illeggibile. Un compromesso molto italiano.
Dentro il palazzo della Prefettura di Bari

Se riesci a entrarci — il palazzo è sede istituzionale attiva, quindi non è sempre visitabile — il portone in legno intarsiato ti introduce in un atrio che conduce a un cortile interno oggi adibito a parcheggio. È un destino comune ai cortili storici italiani: progettati per carrozze e cavalli, finiscono pieni di Fiat Panda.
Nell’angolo nord-ovest si apre una scalinata monumentale in marmo bianco, “sorvegliata” da due sculture di leoni che sembrano più assonnati che minacciosi. Salendo, al primo piano trovi la prima di tre fontanelle che appartenevano all’antico convento — sopravvissute a tre secoli di ristrutturazioni, un piccolo miracolo. Quella del secondo piano è la più interessante: in marmo bianco con una parte mosaicata, reca l’iscrizione “Lex Servenda: aut bibas aut abeas” — “La legge va rispettata: o lo accetti o te ne vai”. Per una fontanella in un palazzo governativo, è un motto sorprendentemente appropriato.
Nell’ammezzato c’è la “Sala degli Stemmi”, decorata con gli stemmi di tutti i comuni della provincia. Accanto, la “Sala delle Arti e dei Mestieri”, con decorazioni del pittore Mario Prayer degli anni Trenta. Il Salone delle Feste, al piano nobile, sfoggia la decorazione più sfarzosa — è qui che da quasi due secoli si tengono le cerimonie ufficiali, i ricevimenti importanti, quegli eventi in cui bisogna indossare l’abito buono e fare finta di apprezzare il buffet.
Il passaggio segreto (sì, davvero)
E qui arriviamo alla parte che sembra inventata ma non lo è. Percorrendo un corridoio stretto del palazzo, si arriva davanti a due porticine. Aprendone una, ci si ritrova su un balconcino che si affaccia direttamente sulla navata della chiesa di San Domenico, quella riedificata in stile tardo barocco nel 1794.
Questi “passaggi segreti” — chiamiamoli così, fa più effetto — permettevano a nobili e personaggi illustri di assistere alle messe senza mescolarsi al popolo, mantenendo la propria riservatezza. Tra chi li utilizzò c’è stato anche Aldo Moro, che nella Prefettura aveva uno studio che usava quando veniva a Bari per insegnare all’Università. Chissà se anche lui, ogni tanto, si affacciava a sbirciare la messa di sotto.
La chiesa di San Domenico
Vale la pena fare il giro e visitare anche la chiesa, che si trova all’estremo angolo nord del retro della Prefettura, nascosta tra i vicoli di Bari Vecchia. Dall’esterno sembra quasi anonima — una di quelle chiese che passeresti oltre senza pensarci. Ma dentro è un’altra storia.
Varchi la soglia e ti ritrovi immerso in un ambiente di ori, stucchi e marmi che contrastano brutalmente con la semplicità dell’esterno. È come entrare nel salotto buono di qualcuno che tiene la facciata modesta per non dare nell’occhio. La navata unica è sovrastata da un soffitto a botte, e sull’altare maggiore domina la “Gloria di San Domenico” del pittore barese Antonio Lanave (1921), che realizzò anche gli affreschi della cupola. Nel transetto di sinistra, uno stupendo crocifisso ligneo di scuola veneziana e tele quattrocentesche testimoniano la lunga storia del luogo.
E se guardi in alto, verso i due balconcini con le grate, saprai che da lì sopra, per secoli, occhi illustri hanno osservato le funzioni religiose. È un pensiero che mette i brividi, nel senso buono.
Nozze reali e altri eventi memorabili
Il palazzo ha ospitato eventi che hanno fatto la storia — o almeno la cronaca — del Regno delle Due Sicilie e poi d’Italia. Nel gennaio 1859, vi soggiornò re Ferdinando II dei Borbone, arrivato a Bari per il matrimonio del figlio Francesco con la granduchessa Maria Sofia di Baviera. Il re era già gravemente malato — sarebbe morto pochi mesi dopo — ma la carovana reale si fermò comunque dal 27 gennaio al 7 marzo, con notevole impatto sulle casse comunali. Le nozze si celebrarono il 3 febbraio nella Basilica di San Nicola, ma il Palazzo dell’Intendenza era il cuore dei festeggiamenti.
Fu l’ultimo grande evento borbonico a Bari. L’anno dopo, Garibaldi entrò a Napoli, il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere, Corso Ferdinandeo diventò Corso Vittorio Emanuele II, e il Palazzo dell’Intendenza fu ribattezzato Prefettura. La storia aveva girato pagina, ma l’edificio restava lì, adattandosi ai nuovi padroni come aveva sempre fatto.
Il ricevimento più memorabile, però, si tenne l’11 giugno 1905, quando Vittorio Emanuele III e la regina Elena vennero a inaugurare la statua equestre di Umberto I in quella che oggi è piazza Umberto. I sovrani rimasero solo dodici ore, ma tanto bastò per rendere quell’evento indimenticabile nella memoria cittadina.
Il contesto: piazza della Libertà e dintorni
Per apprezzare davvero il Palazzo della Prefettura, devi vederlo nel suo contesto. Piazza della Libertà è una cerniera tra due mondi: da un lato i vicoli medievali di Bari Vecchia, dall’altro la geometria razionale del quartiere murattiano. Il palazzo sta proprio sul confine, con la facciata che guarda il nuovo mondo e il retro che tocca ancora il vecchio.
Di fronte si erge il Teatro Piccinni, il più antico della città (1854), dedicato al compositore barese Niccolò Piccinni. La sua facciata neoclassica con il colonnato dialoga con quella della Prefettura creando un insieme che gli architetti chiamerebbero “scenografico” e che i normali esseri umani definiscono semplicemente “bello”. Tra i due edifici, i giardini di piazza Massari ospitano la statua di Piccinni, opera dello scultore Gaetano Fiore (1885) — il musicista guarda il teatro che porta il suo nome, il che è piuttosto appropriato.
A destra della statua noterai il Palazzo Diana, un edificio rosso con colonne costruito nel 1855. Dal 1923 al 1943 ospitò la Federazione Provinciale Fascista, un altro strato di storia che si aggiunge agli altri in questa piazza dalla memoria stratificata. Oggi c’è il TAR, il che in fondo è un’altra forma di potere.
Informazioni pratiche
Il Palazzo della Prefettura non è normalmente aperto al pubblico, essendo sede istituzionale attiva. Tuttavia, viene occasionalmente incluso nei percorsi delle Giornate FAI — tieni d’occhio il calendario se vuoi vedere gli interni. La chiesa di San Domenico, invece, è aperta per le funzioni religiose e può essere visitata liberamente.
Come arrivare: Il palazzo si trova in piazza della Libertà, su Corso Vittorio Emanuele II. Dalla Stazione Centrale di Bari puoi raggiungerlo a piedi in circa venti minuti attraversando il quartiere murattiano — una passeggiata piacevole, specialmente se ti fermi a guardare le vetrine. Diverse linee di autobus fermano nelle vicinanze (fermate Teatro Piccinni o Prefettura).
Cosa vedere nelle vicinanze: Il Teatro Piccinni e il Palazzo di Città sono letteralmente a due passi. Da qui, una breve passeggiata ti porta ai giardini Isabella d’Aragona e al Castello Normanno-Svevo. In direzione opposta, Corso Vittorio Emanuele conduce verso il lungomare e il Teatro Margherita, costruito direttamente sul mare.
Quando andare: La mattina presto o il tardo pomeriggio, quando la luce radente fa risaltare i colori della facciata. La domenica mattina è particolarmente suggestiva: piazza quasi deserta, campane di San Domenico che suonano, luce dorata sulle facciate. Se poi trovi aperto un bar per un caffè, la giornata è fatta.
Quattro nomi, una storia
Convento dei Domenicani, Palazzo dell’Intendenza, Prefettura, Palazzo del Governo. Quattro nomi per lo stesso edificio, quattro ere della storia barese sovrapposte nello stesso luogo. Questo palazzo ha visto Bari trasformarsi da città medievale chiusa nelle sue mura a capoluogo regionale proiettato verso il Mediterraneo. Ha ospitato frati, intendenti borbonici, prefetti sabaudi, gerarchi fascisti, funzionari repubblicani. Ciascuno ha lasciato qualcosa — una lapide, una decorazione, a volte solo un ricordo.
E mentre passeggi su Corso Vittorio Emanuele, magari diretto verso una focaccia o un caffè al tavolino, l’orologio sulla torre continua a scandire le ore, regolato ancora a mano come si faceva due secoli fa. Qualcuno, da qualche parte, si preoccupa ancora che segni l’ora giusta. In un’epoca in cui tutto sembra accelerare e cambiare, trovo questa cosa stranamente confortante. Il palazzo, d’altra parte, ha già visto cadere tre regni e due repubbliche. Può permettersi di prendersela comoda.





