Esiste un posto a Bari dove puoi guardare nel vuoto e vedere il tempo. Non in senso filosofico, ma proprio letteralmente: uno scavo a cielo aperto dove quattromila anni di storia sono impilati uno sull’altro come i fogli di un libro che qualcuno ha dimenticato di rilegare. L’area archeologica di San Pietro si trova sulla punta estrema di Bari vecchia, là dove il borgo antico incontra il mare e dove il lungomare di Bari curva verso il porto nuovo. È il punto più antico della città, anche se la maggior parte dei baresi ci passa davanti senza saperlo.
Se arrivi da via Venezia, dopo aver costeggiato le mura del centro storico, ti troverai davanti a quella che sembra una piazza incompiuta: un rettangolo di terra scavata, delimitato da transenne, con fondamenta che affiorano dal terreno come ossa di un gigante addormentato. Non è bella nel senso convenzionale del termine. Ma è una di quelle cose che ti fa fermare e pensare.
La leggenda dell’apostolo
Prima di tutto, sgombriamo il campo: la chiesa che un tempo sorgeva qui si chiamava San Pietro Maggiore, e secondo una tradizione locale sarebbe stata fondata dall’apostolo Pietro in persona durante un suo passaggio a Bari. È vero? Quasi certamente no. Ma le leggende esistono per un motivo, e il motivo in questo caso è che i baresi hanno sempre saputo, a livello istintivo, che quel punto della città era speciale. Un luogo dove la gente viveva, pregava e moriva da prima che esistessero le parole per raccontarlo.
Quello che è certo è che qui, nel cuore di quello che oggi chiamiamo Bari vecchia, esisteva un insediamento già nell’età del bronzo. Parliamo del II millennio avanti Cristo. Per darti un’idea: quando i primi abitanti di questo promontorio costruivano le loro capanne, le piramidi di Giza avevano già cinquecento anni. Stonehenge era un cantiere in corso. Roma non esisteva nemmeno come idea.
Strati di vita, uno sopra l’altro

Quello che rende unica l’area archeologica di San Pietro è la sua stratificazione pressoché ininterrotta. Gli archeologi hanno documentato una sequenza che va dall’età del bronzo all’età del ferro, attraversa il periodo peuceta (i Peuceti erano il popolo italico che abitava questa zona prima dei Romani), prosegue con l’epoca romana, e poi esplode nel Medioevo con la costruzione della chiesa romanica.
La chiesa di San Pietro Maggiore, edificata tra l’XI e il XII secolo, era una delle più grandi di Bari: tre navate, pavimento a tasselli di pietra calcarea, absidi semicircolari. Nel Quattrocento accanto ad essa sorse un convento francescano, di cui oggi rimane solo il chiostro. Nel Seicento la chiesa fu ampliata e trasformata, assumendo una pianta ad aula unica e un campanile che, stando alle vedute dell’epoca, svettava come il più alto della città.
Poi, come spesso accade, arrivò l’Ottocento con la sua mania di riconvertire tutto. Il complesso divenne prima sede del Liceo Cirillo, poi del Sacro Monte di Pietà, e infine Ospedale Consorziale. Un luogo di culto trasformato in luogo di cura: c’è una certa poetica involontaria in questo passaggio.
Michele Gervasio e la scoperta del 1912

I primi scavi sistematici nell’area risalgono al 1912, quando Michele Gervasio, direttore del Museo archeologico della Provincia di Bari, approfittò dei lavori per la costruzione di un nuovo padiglione dell’ospedale per ficcare il naso nel sottosuolo. Quello che trovò lo lasciò a bocca aperta: sotto l’ospedale c’era la chiesa, sotto la chiesa c’erano i Romani, sotto i Romani c’erano i Peuceti, sotto i Peuceti c’era la preistoria.
Gervasio capì subito l’importanza della scoperta, ma i tempi non erano maturi. Gli scavi furono documentati, i reperti catalogati, e poi tutto fu ricoperto. L’ospedale continuò a funzionare per altri cinquant’anni, ignaro di cosa giacesse sotto le sue fondamenta.
Tra i reperti più preziosi emersi nel corso delle varie campagne di scavo c’è un anello d’oro con gemma incisa di età romana, oggi conservato al Museo archeologico di Santa Scolastica. Un piccolo oggetto che qualcuno ha perso duemila anni fa, e che è rimasto lì, nel buio, aspettando di essere ritrovato.
La guerra e la fine dell’ospedale

La Seconda Guerra Mondiale cambiò tutto. Il porto di Bari, a pochi metri dall’area di San Pietro, fu teatro di alcuni degli episodi più drammatici del conflitto nel Mediterraneo. Nel dicembre 1943 un bombardamento tedesco colpì le navi alleate ormeggiate nel porto, causando centinaia di morti e il rilascio di gas mostarda da una nave americana che lo trasportava segretamente. Nel 1945, l’esplosione del piroscafo Charles Henderson, carico di esplosivo e ormeggiato proprio di fronte a San Pietro, inflisse il colpo di grazia all’ospedale già malconcio.
L’edificio fu abbandonato, considerato irrecuperabile. Nel 1969 venne demolito. E solo allora, paradossalmente, l’area archeologica di San Pietro poté finalmente tornare alla luce. Gli scavi ripresero negli anni Ottanta con Nino Lavermicocca, poi ancora nel 2005, nel 2012, e l’ultima campagna si è conclusa a maggio 2024.
Il futuro: l’opera di Edoardo Tresoldi

Se hai visitato il Parco Archeologico di Siponto, vicino Manfredonia, sai già cosa aspettarti. La basilica paleocristiana ricostruita in rete metallica da Edoardo Tresoldi è diventata una delle immagini più iconiche della Puglia contemporanea: un edificio fantasma che esiste e non esiste, solido e trasparente allo stesso tempo, visibile di giorno e illuminato di notte come un’apparizione.
Tresoldi è stato chiamato a fare qualcosa di simile a Bari, ma più complesso. A Siponto si trattava di ricostruire una singola basilica. Qui la sfida è restituire forma a secoli di stratificazioni sovrapposte: la chiesa romanica, le modifiche quattrocentesche, l’ampliamento seicentesco. Il modello dell’opera è stato presentato il 3 luglio 2025 in piazza San Pietro, e quando sarà completata l’installazione ridisegnerà lo skyline di Bari vecchia.
L’idea, nelle parole dell’artista, non è raccontare il passato ma “ascoltarlo”, creando una nuova stratificazione che si aggiunga a quelle già esistenti. Un’opera che sarà visibile dal mare e dalla terraferma, un punto di riferimento per chi arriva a Bari in nave o passeggia sul lungomare.
Il Museo archeologico di Santa Scolastica
L’area di San Pietro non è un’isola. Fa parte di un sistema più ampio che include il Museo archeologico di Santa Scolastica, ospitato nell’adiacente monastero benedettino dell’XI secolo. Il museo, accessibile da via Venezia 73, raccoglie i reperti provenienti dagli scavi di San Pietro e da altri siti della provincia: ceramiche dell’età del bronzo, corredi funerari peuceti, monete romane, frammenti lapidei medievali.
La visita ideale prevede entrambi: prima il museo per capire cosa stai guardando, poi l’area archeologica per vedere dove tutto è stato trovato. Dal bastione del monastero c’è anche un accesso diretto agli scavi, il che rende il percorso ancora più fluido.
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Come arrivare all’area archeologica di San Pietro
L’area archeologica di San Pietro si trova all’estremità nord-orientale di Bari vecchia, affacciata sul porto. Se arrivi a piedi dal centro, il percorso più scenografico è quello lungo il lungomare di Bari: supera piazza del Ferrarese, costeggia le mura del borgo antico su via Venezia, e prosegui fino a raggiungere piazza San Pietro. L’area è sulla tua sinistra, il mare sulla destra.
In alternativa, puoi entrare in Bari vecchia da Corso Vittorio Emanuele II e attraversare il dedalo di vicoli fino a sbucare sul lato mare. Ci metterai più tempo, ma ti perderai almeno tre volte, e perdersi a Bari vecchia è parte dell’esperienza.
Perché visitare l’area archeologica di San Pietro
Ci sono posti che ti mostrano un periodo storico. E poi ci sono posti che ti mostrano il tempo stesso, la sua natura stratificata, il modo in cui le civiltà si costruiscono una sopra l’altra come città in un videogioco. L’area archeologica di San Pietro appartiene alla seconda categoria.
Non è il sito più spettacolare che vedrai in Puglia. Non ci sono mosaici pavimentali da fotografare, né colonne che svettano verso il cielo. Ma c’è qualcosa di più raro: la possibilità di vedere quattromila anni di storia umana compressi in pochi metri di profondità. La possibilità di stare in piedi dove altre persone hanno abitato, pregato, sofferto e guarito, dall’età del bronzo fino agli anni Sessanta del Novecento.
E presto, se tutto va come previsto, ci sarà anche l’opera di Tresoldi a dare forma a ciò che non esiste più. Un fantasma di rete metallica che ricorderà ai passanti cosa c’era una volta, e cosa in qualche modo c’è ancora.










