Lo Stadio della Vittoria, il primo amore sportivo dei baresi

Tra le sue gradinate consumate dal sole e dalla salsedine si nasconde un secolo di tifo, sciarpe al vento e domeniche che sapevano di mare.

C’è un edificio, nel quartiere Marconi di Bari – uno dei più pittoreschi quartieri di Bari – davanti al quale migliaia di persone passano ogni giorno senza fermarsi a guardarlo davvero. È lo Stadio della Vittoria — o l’Arena della Vittoria, come lo si chiama da qualche anno — e ha il problema di tutti i monumenti diventati paesaggio: lo si dà per scontato. Eppure, se ti fermi un attimo accanto al CUS e alla Fiera del Levante e lo osservi con un minimo di attenzione, ti accorgi che quelle gradinate consumate dal sole e dalla salsedine raccontano quasi un secolo di Bari — e lo raccontano meglio di tanti palazzi più celebrati.

Lo stadio fu inaugurato il 16 settembre 1934, in un’epoca e con una cerimonia che oggi mettono un po’ a disagio (c’era Mussolini, e la struttura era pensata per celebrare la vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale — da cui il nome). Lo progettarono l’ingegnere Angelo Guazzaroni e l’architetto Vincenzo Fasolo, che scelsero il cemento armato, all’epoca un materiale d’avanguardia, e tirarono fuori un capolavoro che ancora oggi fa alzare le sopracciglia agli ingegneri: una tribuna coperta senza colonne, una di quelle soluzioni che sembrano semplici solo a chi non ha mai provato a tenere su un tetto senza appoggiarlo da nessuna parte. Per quasi novant’anni, lo stadio ha fatto da casa al Bari calcio — oltre milleduecento partite, decenni di domeniche biancorosse, vittorie urlate e sconfitte digerite con quel misto di rassegnazione e fede che solo i tifosi del Sud conoscono davvero.

Ma la cosa più sorprendente dello Stadio della Vittoria è che non è mai stato solo uno stadio. Tra quelle mura hanno suonato i The Cure e Vasco Rossi, si sono disputati i Giochi del Mediterraneo del 1997, e nel 1991, quando la nave Vlora scaricò sul porto di Bari ventimila albanesi in fuga, lo stadio si trasformò in un centro di accoglienza improvvisato — uno di quei momenti in cui una città scopre di che pasta è fatta. È questo, in fondo, il segreto di questo posto: è un grande contenitore vuoto che si riempie ogni volta di quello che la città ha bisogno di metterci dentro, che sia una partita, un concerto o ventimila persone disperate. Oggi il Bari gioca altrove, allo stadio San Nicola, e l’Arena della Vittoria è più silenziosa di un tempo. Ma è il tipo di silenzio che hanno i luoghi che hanno visto troppo per essere dimenticati — e che, se solo potessero parlare, avrebbero parecchio da dire.

Storia dello Stadio della Vittoria di Bari

La storia dello Stadio della Vittoria comincia con quella che oggi chiameremmo una scadenza impossibile da rispettare. I lavori partirono nel 1933, e l’edificio fu completato e inaugurato il 16 settembre 1934 — poco più di un anno per costruire uno stadio da oltre quarantamila posti, una velocità che a chi oggi aspetta tre anni per un cavalcavia suona quasi offensiva. Erano gli anni del regime, e il regime aveva una passione un po’ ossessiva per le opere realizzate in fretta e inaugurate con grande clamore: alla cerimonia c’era Mussolini in persona, e lo stadio era stato concepito sin dall’inizio come un monumento celebrativo della vittoria italiana nella Prima Guerra Mondiale — da cui quel nome che porta ancora oggi, e che è sopravvissuto a tutto ciò che lo ha generato. A progettarlo furono l’ingegnere Angelo Guazzaroni e l’architetto Vincenzo Fasolo, che scelsero il cemento armato — materiale che all’epoca aveva ancora un’aria vagamente futuristica — e ne ricavarono uno stadio razionalista con una tribuna coperta senza colonne, una pista d’atletica, e perfino una tribuna in marmo riservata alle autorità, perché certe gerarchie all’epoca dovevano vedersi anche da come ci si sedeva.

Poi, come accade a quasi tutto ciò che è stato costruito negli anni Trenta, arrivò la guerra a presentare il conto. I bombardamenti del 2 dicembre 1943 — la stessa terribile notte che devastò il porto di Bari nel disastro della nave carica di iprite — colpirono duramente anche lo stadio, danneggiandolo in modo serio. Ma come la maggior parte delle cose baresi, anche lui resistette: fu ricostruito nel dopoguerra e tornò a riempirsi di gente, di voci, di domeniche. Da lì in avanti seguì la parabola di tanti impianti sportivi italiani — restyling periodici, adeguamenti, ammodernamenti — fino all’intervento più importante, quello del 1997, quando lo stadio fu rinnovato per ospitare i Giochi del Mediterraneo e mostrare al mondo che Bari sapeva organizzare eventi internazionali. Per quasi novant’anni fu la casa del Bari calcio: oltre milleduecento partite, generazioni di tifosi biancorossi cresciuti su quelle gradinate, e quella forma particolare di religione laica che è il calcio nelle città del Sud.

Ma l’episodio che più di ogni altro ha scolpito lo Stadio della Vittoria nella memoria collettiva non ha nulla a che fare con lo sport. Nell’agosto del 1991, la nave Vlora attraccò al porto di Bari carica di circa ventimila albanesi in fuga dal crollo del loro Paese — una delle più grandi ondate migratorie improvvise che l’Italia avesse mai visto. La città, colta del tutto impreparata, fece quello che poteva: e lo stadio, con i suoi spalti e i suoi spazi, fu trasformato in un centro di accoglienza temporaneo per migliaia di persone stremate. Furono giorni difficili, caotici, raccontati in modi spesso contraddittori, ma resta il fatto che un edificio nato per celebrare una vittoria militare si ritrovò, oltre mezzo secolo dopo, a ospitare i vinti di un’altra storia, quelli che scappavano. È una di quelle coincidenze che la Storia produce con una certa regolarità, e che danno a questo stadio un peso che le statistiche delle partite, da sole, non riuscirebbero mai a spiegare.

Cosa vedere allo Stadio della Vittoria di Bari

Diciamolo con onestà: lo Stadio della Vittoria non è il Colosseo, e nessuno ci viene apposta da Milano per fotografarlo. Ma se ti trovi a passarci accanto, nel quartiere Marconi, vale la pena dedicargli qualche minuto di sguardo consapevole — perché la cosa più interessante di questo edificio non si nota al primo colpo. Comincia dalla facciata: linee pulite, geometrie semplici, niente fronzoli. È architettura razionalista degli anni Trenta, quella corrente che puntava tutto sulla funzionalità e sulla forma essenziale, e che oggi guardiamo con un sentimento ambivalente perché era lo stile prediletto del regime ma era anche, va detto, capace di una sua eleganza austera. Lo stadio dice quello che è senza giri di parole: è fatto per contenere folle, e lo dichiara apertamente con la sua mole di cemento che il tempo e la salsedine hanno screziato di quel grigio vissuto che hanno gli edifici che hanno lavorato sodo.

Il vero pezzo forte, però, è la tribuna coperta, ed è uno di quei dettagli che apprezzi davvero solo quando qualcuno te lo fa notare. Guardala bene: il tetto che la copre non poggia su nessuna colonna. Per chi ha familiarità con l’ingegneria, è un piccolo prodigio — una struttura a sbalzo che negli anni Trenta, senza i calcoli computerizzati di oggi, richiedeva una buona dose di coraggio oltre che di competenza. Per tutti gli altri, è semplicemente una tribuna da cui si vedeva la partita senza nessun pilastro a rovinarti la visuale, il che è già un ottimo motivo per ammirarla. Intorno al campo corre ancora la pista d’atletica, testimone dei Giochi del Mediterraneo del 1997, e da qualche parte sopravvive il ricordo della tribuna in marmo delle autorità — perché negli anni Trenta perfino sedersi a vedere il calcio era una questione di rango. Oggi lo stadio è più silenzioso di un tempo, e proprio per questo si lascia guardare meglio: senza la folla, senza il rumore, è più facile cogliere quello che è davvero — un monumento di novant’anni che ha smesso di urlare e ha cominciato, finalmente, a raccontare.

Quando visitare l’Arena della Vittoria

Qui va fatta una precisazione onesta: lo Stadio della Vittoria non è un museo che apre e chiude a orari prestabiliti, e non ci si va per “visitarlo” nel senso classico — ci si passa accanto, lo si osserva da fuori, e in certi giorni fortunati lo si trova aperto per un evento. Quindi il momento migliore dipende più da cosa ci sta succedendo dentro che dalla stagione. Detto questo, se l’obiettivo è semplicemente ammirarne l’architettura e respirarne l’atmosfera, le ore migliori sono quelle del tardo pomeriggio, quando la luce radente accarezza il cemento e tira fuori i grigi caldi che a mezzogiorno spariscono nel piattume della luce verticale. Primavera e autunno restano le stagioni più gentili per una passeggiata nel quartiere Marconi, magari abbinando lo stadio a una visita alla vicina Fiera del Levante — soprattutto a settembre, quando la Fiera è in pieno svolgimento e tutta la zona si anima di una vivacità che lo stadio, per qualche giorno, torna a respirare come ai vecchi tempi. Ma il vero consiglio è un altro: tieni d’occhio il calendario degli eventi. Lo stadio ospita ancora concerti, manifestazioni sportive e iniziative cittadine, e trovarlo vivo, pieno di gente e di rumore, è un’esperienza completamente diversa dal vederlo silenzioso da fuori. È la differenza che passa tra guardare la foto di una persona e incontrarla davvero — e questo stadio, quando si riempie, ha ancora parecchio da dire.

Come raggiungere lo stadio dalla Stazione Centrale di Bari

Lo Stadio della Vittoria si trova nel quartiere Marconi, vicino al CUS e alla Fiera del Levante — una zona facile da raggiungere da ogni parte della città. Ecco le tre opzioni, dalla più pigra alla più virtuosa.

A piedi. Diciamolo: dalla Stazione Centrale è una bella camminata, troppo lunga per chiamarla “due passi” — si parla di una quarantina di minuti buoni verso la zona fiera. Ha senso solo se sei già nei dintorni, magari di ritorno dal lungomare o da una visita alla Fiera del Levante, e ti va di arrivarci con calma godendoti il quartiere. Altrimenti, meglio risparmiare le gambe per qualcos’altro.

In autobus. È la soluzione più sensata se sei senza auto. Dalla Stazione Centrale prendi il bus 53 e scendi alla fermata “Vittorio E. Orlando (Aqp)”: da lì lo stadio è a pochissimi passi, lo vedi appena scendi. Comodo, economico, e ti evita il piccolo dramma del parcheggio.

In auto. Se arrivi da fuori città lungo l’autostrada A14, prendi l’uscita Bari Nord o Bari Sud a seconda della direzione da cui vieni, e poi segui le indicazioni per il centro o direttamente per lo stadio. La zona Fiera è abbastanza ariosa rispetto al centro storico, quindi parcheggiare è meno traumatico che dalle parti di Bari Vecchia — ma nei giorni di eventi o durante la Campionaria di settembre metti in conto un po’ di pazienza, perché tutta l’area si riempie e i posti spariscono in fretta.

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Centro
Lo Stadio della Vittoria di Bari presenta la sua caratteristica architettura semicircolare con la torre faro che svetta contro il cielo azzurro. L'impianto sportivo storico, con le sue linee razionaliste e la facciata in pietra locale, rappresenta un importante punto di riferimento per il calcio pugliese e la passione sportiva barese. Le gradinate curve e la struttura monumentale testimoniano l'importanza di questo stadio nella storia calcistica di Bari, dove si sono disputate partite memorabili e si è formata la tradizione sportiva cittadina.
INDIRIZZO

Via di Maratona, 15, 70132 Bari (Google Maps)

ORARI DI APERTURA

Chiuso temporaneamente

FERMATA BUS PIU VICINA

Bus 53, fermata “Vittorio E. Orlando (Aqp)

CONTATTI

Ingresso gratuito

Lo Stadio della Vittoria di Bari è temporaneamente chiuso.

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